Cesco Magnolato: Diario, le stagioni di un uomo

2015 – Giorgio Baldo presenta Magnolato al Museo del Paesaggio:

“…Magnolato compone un teatro del dramma e della memoria con la foga del suo carattere; ma accanto alla tragedia dell’esodo, accanto alle case abbandonate e che vanno in rovina, alla descrizione di una umanità senza meta visibile, ecco agire, quasi a contrappeso, la memoria delle magnificenze di ciò che si è perduto. Il dramma della morte del mondo che ci è stato caro, esalta il ricordo della bellezza e della vitalità di ciò che se ne è andato.
Magnolato canta entrambi i lati del contrasto: la sofferenza del presente e la bellezza del passato.
Da un lato il dramma dell’esodo, del crollo di una civiltà, del cieco vagare di un popolo di fiere fattezze che non vede futuro, le sue occhiaie vuote, il suo vano muoversi in un presente inclinato verso il nulla. Ma anche in questa tragedia la sua umanità (così è Magnolato) non cede; non si ferma nel dolore della perdita. Pur con gli occhi infossati nel nulla, l’uomo di Magnolato corre, va avanti, non si raggela in statua (anche se quel rischio è presente, come per ogni cosa che non ha futuro); non vede avanti a sé, ma è in marcia, la forza della vita (del movimento) non cede.
Lo soccorre l’altro lato della contraddizione, la bellezza della memoria di ciò che fu.
Quasi disperatamente evocata nell’intimo, trasformata in mito; Magnolato c’è la mostra, mostra la forza della vita del mondo nella memoria di quei vaganti.
Intervalla le immagini di esodi e marcie verso il nulla con esplosioni di immagini di una natura capace di inimitabili e impredicibili prodigi coloristici e materici; compagna dell’uomo, intimamente connessa al suo ciclo vitale, che lo colma delle sue metereologie, dei suoi miracoli visivi, della sua potenza creatrice di vita animale e vegetale. Tra gli anni ’70 e 80, nel pieno della crisi, tante ne produrrà di veri e propri peana vegetali in ode alla pannocchia di grano, del verde degli steli, del girasole, del paesaggio di terre e acque; non nature morte ma vive, colme di spore; è la luce della loro energia che colora gli orizzonti degli esodi, che nonostante tutta la sofferenza dell’uomo alienato, anima e scuote lo spazio e i piani sghembi del presente, che li colora di aurore boreali, di fiamme vivifiche, di dinamismi.
La natura non è morta; il prodigio non si è spezzato; la temperatura del mondo, proprio al cospetto del senso della morte di un’epoca, brilla ancor più selvaggiamente, ricorda che la natura ha sempre futuro, permanentemente germoglia, è eros puro. Così due forze contrapposte tendono il dramma in pittura, lo vivificano; la pulsione di morte vivifica il vivo, lo potenzia; e il vivo della natura che permanentemente germoglia in prodigi, in barbara e perenne creazione, contempera e scioglie in più ampi spazi la pulsione del cieco andare.
Il dramma è fertile di invenzioni stilistiche e formali che sempre si rinnovano; dagli anni ’90 l’invenzione di Magnolato, quasi a seguire l’evoluzione del dramma, si fa sempre più astratta, il mondo è sempre più ridotto a dinamiche di forze contrapposte, a intersezioni di piani, a venti e raffiche di colore; lo spirito indomito dell’artista si muove in altre altezze, perde peso di materia ma acquista profondità di pure forme e dinamiche di cromie; si alza in volo, ma senza dimenticare le stagioni dell’uomo, il corpo di sangue della sua sacralità.”

“… Nella parte dedicata ai dipinti si sono selezionate 80 opere che individuano le diverse fasi stilistiche del suo lavoro, tutte attraversate da una incandescenza vitale che assume, dalle grandi esperienze dell’espressionismo e della gestualità dell’informale, l’energia che Magnolato fa fluire nell’intensità e potenza del segno e nello scontro-incontro di piani e spazi (scomposizioni e composizioni quasi futuriste articolano ulteriormente la sua opera negli ultimi due decenni) dove immette in movimenti di puro dinamismo prima la potenza e poi il dramma delle vicende della sua terra.

Magnolato diviene cantore sino agli anni 60 di una esuberanza di natura e di un paesaggio d’uomini che sente come un’epica, un racconto di gioia originaria del luogo dove ha passato la giovinezza, tra campi di baracche, Fiere del Rosario, mercato dei tori e una natura di prodigi metereologici e di figure – i cartocci, le pannocchie, i girasoli.. e calli e fierezze di contadini- ; per poi incontrare il dramma dell’espulsione dalle campagne e del crollo della civiltà agricola che ha solcato tutta la sua giovinezza; e qui, in questo dramma, trovare forse la sua più profonda dimensione di uomo.

In questa crisi epocale ambienta un teatro della memoria che da una parte produce le visioni degli Esodi, che accompagnano il muoversi di una umanità che non vede futuro ma che pur sempre non si arrende nel suo andare per il mondo, dall’altra celebra in ricordo la magnificenza di una natura di altissima temperatura lirica, che, quasi come necessario contrappeso alle pulsioni di morte di una civiltà, con le sue epifanie di luce e carica emozionale, fissa per sempre i suoi ori, persiste nella sua capacità di germogliare futuro e vita.

Nella sua arte egli ha saputo compiere della storia della sua città e del territorio del Veneto orientale un racconto che ne ha fatto un luogo speciale, un emblema di alto significato spirituale oltre che artistico, un invito a coltivare, dentro al dramma dell’uomo contemporaneo, lo spirito critico, le virtù e la nobiltà del lavoro, la comprensione della sofferenza, il rapporto di rispetto e di ammirazione per la natura che ci è compagna di vita.”

Leggi la storia di Cesco Magnolato raccontata da Giorgio Baldo